Monthly Archives: November 2011

Sunday in Savannah

Video

Thanks to a wonderful song, Nina Simone introduced me a long time ago to Savannah…since then, I always wanted to visit this intriguing city. Finally, I did it…and I felt in love!

Trying to just mention few amazing discoveries, I would like to start with a man: the General James Edward Oglethorpe is now one of favorite people…Walking through  enchanting squares, the first thing that I realized is that Savannah is so special thanks to the vision of this British colonizer. Given the mission by King George II of England to buffer Charleston’s plantations from the Spanish, this reformer had a much more broad vision in mind, when he colonized that area in 1738. “Oglethorpe laid out his settlement in a deceptively simple plan that’s studied today the world over as a model of nearly perfect urban design. Many of his other progressive ideas—such as prohibiting slavery and hard liquor, to name two—soon went by the wayside. But the legacy of his original plan lives on to this day.” How can you not love a guy like him: astern moralist yet an avowed liberal,  an aristocrat with a populist streak, an abolitionist and an anti-Catholic, a man of war who sought peace…

But in this few traveling days, this General is not the only man I felt in love for…more to come…meanwhile, some interesting facts about “Georgian” good manners:

Etiquette

As we’ve seen, it’s rude here to inquire about personal finances, along with the usual no-go areas of religion and politics. Here are some other specific etiquette tips:

Basics: Be liberal with “please” and “thank you,” or conversely, “no thank you” if you want to decline a request or offering.

Eye contact: With the exception of very elderly African Americans, eye contact is not only accepted in the South, it’s encouraged. In fact, to avoid eye contact in the South means you’re likely a shady character.

Handshake: Men should always shake hands with a very firm, confident grip and appropriate eye contact. It’s okay for women to offer a handshake in professional circles, but otherwise not required.

Chivalry: When men open doors for women here—and they will—it is not thought of as a patronizing gesture, but as a sign of respect. Accept graciously and walk through the door.

The elderly: Senior citizens—or really anyone obviously older than you—should be called “sir” or “ma’am.” Again, this is not a patronizing gesture in the South, but is considered a sign of respect. Also, in any situation where you’re dealing with someone in the service industry, addressing them as “sir” or “ma’am” regardless of their age will get you far.

Bodily contact: Interestingly, though public displays of affection by romantic couples are generally frowned upon here, Southerners are otherwise pretty touchy-feely once they get to know you. Full-on body hugs are rare, but Southerners who are well acquainted often say hello or goodbye with a small hug.

Driving: With the exception of the Interstate perimeter highways around the larger cities, drivers in the South are generally less aggressive than in other regions. Cutting sharply in front of someone in traffic is taken as a personal offense. If you need to cut in front of someone, poke the nose of your car a little bit in that direction and wait for a car to slow down and wave you in front. Don’t forget to wave back as a thank-you! Similarly, using a car horn can also be taken as a personal affront, so use your horn sparingly, if at all. In rural areas, don’t be surprised to see the driver of an oncoming car offer a little wave. This is an old custom, sadly dying out. Just give a little wave back; they’re trying to be friendly.

My friend’s happy cow

Image

Monday morning Pacific time…busy day, with a lot of work to organize. While I started to answer to my emails, the picture of this very relaxed cow on my desktop made me smile…this is the cow of my friend Roberta Dapunt, one of the most exquisite Italian poets. She sent me this picture in September…
Roberta’s poems are unusual and special, describing the inexorable passing of the seasons and the beauty of the daily rural life in the Dolomites area where she lives. She is unique and precious on her writing, using her Ladino language in some of her poems. I really hope she will be translated soon in English….

P

 

 

Quote

Stralci di  ”Il vento in faccia” (Il contrario di uno, Feltrinelli 2003)

Le prime volte sperimenti il vento che fanno i corpi in corsa. Vedi la fuga in faccia, i tuoi scappano, tu ti tieni su un bordo per non averli addosso. Corrono zitti, niente gridi, il fiato serve tutto per le gambe. Guardi la loro corsa. È vento in faccia, corpi di ragazzi e ragazze schizzano via, nessuno bada a te. Poi qualcuno dirà sì, l’ ho visto, era fermo sull’ angolo, appoggiato al muro. Dietro arrivano le truppe in divisa. Tu aspetti la poca terra di nessuno tra i fuggiti e quelli che rincorrono, ti stacchi dal margine, dal muro, tiri quello che hai in mano, tiri basso per far inciampare, poi tocca a te schizzare. Hai avuto tempo di guardare dove ti conviene, dove hai vantaggio, meglio se in salita. Chi insegue ha già l’ affanno e si scoraggia a correre contro una pendenza. Anche se vuole tirarti dietro qualche colpo, è più scomodo un bersaglio che sta più in alto (…). I tuoi sono al riparo e tu puoi rallentare, tentare di raggiungerli nel posto successivo, già concordato in caso di fuga. Tu: chi sei? Sei uno che un giorno dentro una carica delle truppe sei rimasto fermo. T’ è venuto sgomento per la corsa sgangherata di quelli intorno, che se uno cadeva gli altri magari gli passavano sopra con il panico. Ti dava pena la corsa goffa di molte ragazze che allora non andavano in palestre e dentro i parchi a fare allenamenti. Quand’ è toccato a te d’ essere giovane, e giovane di strada, lo sport era stato l’ ora di educazione fisica in un camerone di scuola. I ragazzi sapevano correre perché giocavano a palla nella Villa Comunale, interrotti dai vigili urbani. Le ragazze non sapevano correre. Imparavano allora nelle manifestazioni attaccate, affumicate, inseguite. La prima volta che non sei scappato t’ hanno preso, anzi, te li sei presi addosso. Ti sei accartocciato in terra, è volato il berretto per un calcio, però l’ istinto t’ ha consigliato bene. In mezzo ai loro piedi era più difficile essere colpito, mentre è più comodo e forte il colpo su chi si piega restando a mezz’ altezza. Sfogano su di te, poi uno di loro ti spinge nelle retrovie, buschi qualche altro colpo, uno più duro ti fa cadere ancora, viene da dietro, impara, sì, così impari che da acciuffato, arreso, non sei al riparo, prima devi passare in mezzo a loro… Spinto dentro un furgone, la sorpresa è che non sei solo. Vicino a te nel poco di luce c’ è un altro, vestito un poco meglio di te, senza sangue sulla faccia e sui panni. Chiede come stai, se riconosci, se sai contare. S’ interessa che non hai danni dentro il cranio, solo quelli fuori… Chiede perché tu non sei scappato. Non lo sai, ma sì, lo sai, però non lo vuoi dire che tutt’ insieme t’ è venuta vergogna di scappare, una vergogna più forte della paura. Potessi dirlo nel tuo dialetto, «me so’ mmiso scuorno ‘ e fui’ », mi sono vergognato di fuggire, sarebbe preciso, ma in italiano suona strana l’ intimità di una vergogna, così premi più forte il fazzoletto sul buco e resti zitto. Ora lo sai ma allora no: una quantità di coraggi spuntano da vergogne e sono più tenaci di quelli saliti dalle collere, che sono scatti rapidi a sbollire. Le vergogne invece sono di grano duro e non scuociono (…) Non sei scappato, ti chiede. No. Neanche lui, cominciano a trovarsi quelli che non vogliono scappare. Comincia a formarsi una fila di ostinati. Sono ancora sparsi, ma ci si conosce. Vi scambiate i nomi. Così passa la tua prima notte da acciuffato, a parlare di domani, delle prossime volte, di come fermare le cariche. Ecco tu sei uno che ha cominciato così. Al mattino vi mettono fuori. Non vai al pronto soccorso, ma da un medico che aiuta i feriti delle manifestazioni, ti porta lui, l’ amico da meno di un giorno, al quale affideresti il tuo paio d’ occhi, perché quelli sono giorni in cui va di fretta la fiducia, la lealtà e pure il destino. Nelle riunioni, nelle assemblee molti conoscono molti. Si parla di non farsi mandare gambe all’ aria, di preparare difese con chi se la sente di serrare una fila.(…) Intanto ti accorgevi che le truppe in divisa preferivano puntare su persone isolate, non sulla tua linea. Attraverso di loro ti sei accorto che i rapporti di forza per le strade stavano cambiando (…) Cambiarono i rapporti di forza fino al ‘ 75, quando, per recuperare il vantaggio della forza pubblica, il Parlamento a grassa maggioranza dette in dote ai militi la legge che consentiva loro di sparare in piazza senza bisogno di legittima difesa, di entrare nelle case e nelle sedi politiche senza mandato di magistratura, di tenersi un acciuffato per due giorni e notti senza avvisare avvocato né magistrato. Insomma permetteva il così via, imperversando nella prateria bruciata dei diritti personali e pubblici. Da quel tempo in poi mettersi di traverso nelle strade fu scelta di pronti a tutto. Oggi lo riconosci, era impossibile trattare con quella gioventù. Da dov’ era spuntata tutta insieme? Così avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, così ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa. Entrava nelle prigioni a schiere di arrestati, faceva lega con i detenuti e iniziavano le rivolte contro il trattamento penitenziario. Andava a fare servizio di leva e dentro le caserme partivano gli ammutinamenti per un rancio migliore e una paga decente. Negli stadi i tifosi adattavano i cori e ritmi delle manifestazioni ai loro incitamenti. Da dov’ era spuntata quella generazione imperdonabile che ancora sconta il debito penale del suo millenovecento? Non lo sai, immagini piuttosto che in un sistema ondoso c’ è un’ onda più serrata e forte, che non si spiega con quella di prima né con quella di dopo. Perciò immagini che prima o poi le generazioni tornano. Tornano, è tornata, adesso ce n’ è un’ altra che agisce come un corpo, si muove da generazione. Altre età venute prima di lei si sono aggiustate a figlie del loro tempo, hanno aderito a esso in convinta ubbidienza. Questa di adesso, come la tua, fa il contrattempo, passa contropelo, perciò è contemporanea di se stessa, estemporanea al resto. Si occupa del mondo, anziché del condominio. Tu la segui, vai dietro alle sue mosse e alle licenze che le autorità si prendono contro di lei. Tu con le tue passate notizie di piazze arrostite, affumicate, sei presso di lei scaduto: questa generazione ammette di subire violenza ma non vuole sporcarsene reagendo. Vuole che l’ aggressione sia da una parte sola, snuda il loro diritto e lo mostra allo stato di natura, per quello che è: sopraffazione. Ma ci fai cosa, tu e altri della tua specie ed età, in mezzo a questi nuovi? Poco e niente ci fai, che possa servire a loro, però ci stai lo stesso, richiamato in strada dal rosso di Genova, di piazza Alimonda, della notte alla Diaz, del resto alla caserma Bolzaneto, dal rosso sparso apposta che per vie misteriose risale alle tue arterie e ti appartiene.

Erri De Luca «Il vento in faccia»

Excerpts of “Wind in your face” in Italian by Erri De Luca